L’intervista alla nostra associata | De-LAB
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L’intervista alla nostra associata | De-LAB

A cura di Francesca Sanesi

Progetti e prodotti innovativi ad altissimo impatto sociale, pensiero complesso e visione di lunghissimo periodo: queste le caratteristiche salienti di De-LAB Srl Società benefit, la nostra associata che ha ideato la famosa culla salvavita KOKONO™. Con la CEO e Co-founder Lucia Dal Negro abbiamo parlato della sua idea di sostenibilità e di beneficio comune dentro e fuori l’impresa.

Si deve partire da un bisogno, risolvere dei problemi. Le imprese, non solo ma soprattutto le benefit, hanno un obiettivo morale: far stare meglio i propri stakeholder. Bisogna analizzare bene cosa serve alla propria comunità ed a quel punto imbastire un ragionamento di business development che porti a delle soluzioni”.

È qui l’essenza dell’azione imprenditoriale di De-LAB, altrimenti “si rischia di fare impresa senza elementi innovativi in senso ESG. Come società benefit, invece, è proprio lì che dobbiamo puntare”, sottolinea la CEO e Co – founder Lucia Dal Negro, che nel 2018 ha deciso di trasformare la sua impresa di consulenza in una SB. Con il passaggio allo scopo duale, De-LAB aggiunge all’area di lavoro in cooperazione internazionale, quella relativa all’innovazione sociale, una seconda macro-area di operatività che comprende consulenze, formazione, progettazione, ricerca sui temi della sostenibilità, della CSR e dell’attivismo di brand.

 “Quando lanciavi questo messaggio nel mondo consulenziale profit classico si sentiva l’eco. Noi, invece, applicavamo da anni i principi di interdipendenza e di beneficio comune, perché nel mondo della cooperazione i progetti funzionano così e, siccome volevamo coinvolgere il privato, eravamo già abituati a lavorare con un profit che avesse questa stessa visione. La legge sulle società benefit è stata la quadratura del cerchio, perché abbiamo ricevuto una sorta di “endorsement normativo” esterno rispetto a ciò che già sentivamo di indossare come identità”.

La società benefit era, dunque, la veste giuridica giusta, una naturale evoluzione: “È chiaro che non c’è la bacchetta magica, essere benefit non comporta avere particolari agevolazioni. Quindi si può dire che sotto il profilo pratico non è cambiato molto. Dal punto di vista valoriale, di coerenza, di posizionamento del brand, di reputazione, invece, è cambiato tutto, perché finalmente abbiamo potuto dire che il nostro modo di lavorare e di sviluppare le consulenze e progetti non era solo una nostra scelta, ma si rifaceva ad una normativa – ad un movimento – pubblico e riconosciuto. Magari per molte aziende il vantaggio è solo l’agevolazione fiscale, ma per noi avere un quadro normativo adeguato è stato fondamentale, soprattutto perché facciamo cose molto innovative e spesso i nostri clienti si sentono rassicurati se inseriamo i nostri ragionamenti in un quadro più ampio”.

Ed è così: De-LAB lavora nella cooperazione col privato e questo, in Italia, è ancora lavorare in frontiera, particolarmente se sei giovane e sei donna, e non è facile farsi prendere sul serio se pensi “secondo complessità”: “Va molto di moda chiedere di semplificare, di farsi capire da chi non ne sa nulla…e va bene, però ci sono dei limiti superati i quali chi non ne sa nulla si deve applicare, o fidarsi: la complessità ESG – quella seria – non può essere accessibile in un minuto a chiunque”.  

Il progetto per il quale questa piccola impresa milanese è ormai nota ai più si chiama KOKONO™ (la parola significa “zucca vuota” in dialetto ugandese), una culla biodegradabile dotata di zanzariera, prodotta interamente in Uganda e ideata per ridurre la mortalità neonatale nell’Africa Sub-Sahariana. È lungo lo sguardo di Dal Negro, punta dritto ai megatrend demografici e migratori, analizza un bisogno, applica una soluzione. E dimostra che, al di là delle molte parole sul purpose, è possibile per il profit generare un altissimo impatto, con poche risorse iniziali e trovando anche partner pubblici (di recente, ad esempio, De-LAB ha addirittura ottenuto una importante collaborazione con il Fondo delle Nazioni Unite per la Popolazione – UNFPA).

Noi lavoriamo in Italia ma anche in un continente diverso da quello Europeo, in Uganda e in Malawi. Siamo obbligati ad avere una mentalità inclusiva, complessa, che genera interdipendenze. Abbiamo inventato questa culla: un elemento fortissimo di innovazione di prodotto è quello di pensare un oggetto semplice, che costi poco ma che possa avere un impatto sociale enorme come quello di salvare le vite dei neonati. Il modo in cui è stato disegnato è il più verde possibile: polimeri che rendono il materiale biodegradabile in circa 10 anni, trasformandosi in humus, acqua, metano e co2, per non inquinare né l’acqua, né il suolo. Dunque, la culla è green per concetto, design di prodotto e materiali, e ad impatto sociale perché protegge i bambini dagli zero ai 12 mesi, ma la cosa interessante è che ha moltissime applicazioni: negli ospedali dove lo usano direttamente, ma anche per darla alle mamme quando tornano nei villaggi rurali e non hanno zanzariere; come strumento per rendere più autonome le donne che possono venderla porta a porta e guadagnare; nei campi rifugiati – l’Uganda è un paese con politiche di accoglienza estremamente progressiste e noi siamo andati lì proprio perché sapevamo di trovare un bacino di persone in movimento che vengono principalmente dal Sud Sudan e dal Congo. Lì ci sono donne che hanno bisogno di proteggere i bambini con cose semplici, non puoi dar loro delle carrozzine se non c’è un pavimento. Abbiamo coinvolto i locali, fatto focus group con oltre 200 persone cui abbiamo chiesto come pensare e disegnare KOKONO™. Il progetto è partito su basi di umiltà intellettuale: andiamo in Uganda ma non siamo ugandesi, non viviamo con 2 dollari al giorno, dobbiamo ascoltare i locali prima di capire cosa fare per aiutarli”.

Ho chiesto a Lucia Dal Negro se l’esperienza così intensa di questi anni ha modificato la sua visione di sostenibilità. In effetti, dice Dal Negro: “La mia visione è diventata più pragmatica, perché tutta la normativa è diventata più stringente rispetto al passato. Dalla dichiarazione non finanziaria in poi ci sono molti più vincoli: se prima era una visione valoriale, quasi empatica e molto lasciata alla singola iniziativa dell’imprenditore, ora è una sostenibilità che pure si basa sull’iniziativa della dirigenza delle imprese, ma è anche molto guidata da normative esterne, prassi, indicatori, ecc., quindi più concreta. L’elemento che rimane costante è, però, quello della continua evoluzione. Domani la mia visione della sostenibilità potrebbe essere diversa ed è ciò che mi piace di questo settore di lavoro, non mi spaventa che continui a cambiare (anche a livello giuridico) poiché è frutto di una società globale e locale che cambia molto velocemente”. De-LAB è laboratorio di applicazione e la CEO sa che bisogna restare molto aperti all’aggiornamento. Anche per questo motivo, Dal Negro ritiene che sia fondamentale avere una struttura di riferimento come Assobenefit che supporta gli iscritti, li aggiorna, chiarisce per loro punti in continua evoluzione. “Sarebbe utile fosse anche solo per avere uno scambio con altri imprenditori – dice Lucia – perché, a volte, chi come noi ha una visione molto chiara, dimentica di guardarsi attorno, mentre con l’associazione ci assicuriamo l’aggiornamento ed il confronto”.

Da ultimo con Lucia abbiamo parlato di holacracy, organizzazione della governance e del lavoro che De-LAB applica in azienda e che desta ancora oggi un certo stupore in quanti sono adusi ad un approccio più tradizionale al management. E la risposta non poteva che essere in linea con tutta la nostra conversazione: “Credo che holacracy sia un approccio molto innovativo della gestione delle organizzazioni complesse. La complessità di De – LAB non è alta, ma lo diventa nel momento in cui molti nostri collaboratori non lavorano nella stessa sede e non lavorano sullo stesso progetto. Già precedentemente alla pandemia eravamo una struttura diffusa, con una sede anche operativa a Milano, ma la maggior parte delle nostre collaborazioni con i colleghi e con altri partner di progetto avviene su città diverse, su regioni diverse. L’obiettivo era, quindi, di provare a non frammentare troppo questo tipo di struttura e holacracy ha rappresentato una soluzione per mantenere sempre reattivo il gruppo di lavoro dentro il laboratorio De-LAB. Non è una ricetta valida per tutti, ma abituati come siamo ad una visione di interdipendenza, abbiamo ritenuto di poter sperimentare una forma organizzativa un po’ diversa per far fronte alle sfide complesse, sfide che noi sentiamo più di altre imprese proprio in quanto società benefit che ha fissato nello Statuto il tema della interconnessione degli impatti”.

Colpisce molto, Lucia Dal Negro, con la sua idea di innovazione e di utilizzo delle risorse, con la sua culla “non sofisticata, primitiva”, frutto di progettualità condivisa, che salva le vite: “Volevo dimostrare che era possibile fare cose di questo tipo, senza lasciare l’Italia e senza essere spin-off di strutture blasonate. Se questo può ispirare altre aziende a collaborare con noi e investire nei nostri progetti, io sono felice – dice Lucia – perché questo è il mio senso di impresa, di imprenditrice: mi interessa lavorare su progetti condivisi” che è una bellissima e ancora rara dichiarazione di amore per l’impresa e per il beneficio comune.

Francesca Sanesi

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