Nell’ambito di un evento organizzato da Goodpoint in collaborazione con Green Media Lab e Assobenefit, si è fatto il punto sull’evoluzione delle Società Benefit a 10 anni dall’entrata in vigore della norma che introduce la possibilità di integrare nello statuto delle imprese for profit finalità di beneficio comune.
«In un contesto segnato da crescenti pressioni geopolitiche e da un quadro legislativo in costante evoluzione, con impatti significativi sui percorsi di sostenibilità e di competitività delle imprese, le società benefit si affermano sempre più come un modello di riferimento per integrare in modo strutturale gli obiettivi sociali e ambientali nella strategia di business e nella governance aziendale».
Così il nostro consigliere Roberto Randazzo ha partecipato all’evento “La Società benefit in dialogo con gli stakeholder. L’evoluzione del modello e le sfide per il futuro”, organizzato da Goodpoint in collaborazione con Green Media Lab e Assobenefit.
Nell’occasione è stata anche presentata una ricerca condotta dal Centro Studi di Goodpoint su un campione di 120 Relazioni d’Impatto di imprese di diverse dimensioni.
Nel corso della tavola rotonda, Randazzo ha anche evidenziato il ruolo centrale che Assobenefit svolge nel promuovere il rafforzamento del modello benefit, favorendone, fra le altre cose, una maggiore conoscenza e diffusione.
I punti emergenti dallo studio
- La Sfida identitaria: in uno scenario di sostenibilità molto più maturo e affollato di proposte, rispetto a 10 anni fa, la sopravvivenza stessa della Società Benefit si gioca nella sua capacità di essere (e raccontarsi) come qualcosa di diverso e distintivo: non un modo di essere sostenibili, ma una scelta che riguarda lo scopo stesso dell’impresa. Il fine non è più il semplice scopo di lucro, ma uno scopo di impatto più articolato, incarnato dalle Finalità Specifiche di Beneficio Comune statutarie, intorno al quale si costruisce il modello stesso di business dell’impresa.
DALLO STUDIO DI GOODPOINT
Modello di business, oltre la “semplice” sostenibilità: oltre metà delle imprese genera beneficio comune attraverso l’attività stessa dell’impresa.
Eppure, solo il 57% delle imprese del campione focalizza la narrazione attraverso la chiave di lettura delle Finalità di Beneficio Comune statutarie (che dovrebbero invece essere lo Scopo specifico dell’impresa, ciò che la differenzia rispetto alle “imprese sostenibili”).
Un 13% non cita nemmeno le finalità statutarie nel proprio report d’impatto, raccontando il proprio impegno in modo in tutto e per tutto analogo a quanto farebbe una qualsiasi altra impresa nel proprio bilancio di sostenibilità.
- La Sfida della misurazione: di fronte al crescente rischio di “washing” di varia natura, la dichiarazione statutaria non basta, occorre alzare l’asticella nella valutazione dell’impatto, imparando a raccontare in modo più approfondito il cambiamento effettivamente generato.
DALLO STUDIO DI GOODPOINT
In termini di rendicontazione il 65% delle relazioni che abbiamo analizzato utilizza KPI sia qualitativi che quantitativi (il che già rappresenta un passo avanti rispetto al semplice “racconto”), ma solo il 9% realizza una vera “valutazione d’impatto” adottando metodologie più solide di osservazione dell’outcome.
Meno di un terzo delle aziende (32%) oggi realizza una analisi di materialità. Farlo (anche in forma semplificata), e magari farlo a monte della definizione delle FBC, eviterebbe il rischio di “distrazione” della narrazione dell’impatto. Esempio: se di mestiere l’impresa si occupa di gioco d’azzardo, lo scopo di ridurre le emissioni è ad altissimo rischio di washing rispetto alla sostanza dell’impatto.
Un numero molto limitato di imprese (circa il 2%) identifica i propri obiettivi futuri in ottica pluriennale. Questo consentirebbe un parametro di verifica effettiva del percorso di impatto di medio-lungo periodo.
- La Sfida di credibilità: ad oggi il reporting delle Società Benefit è inevitabilmente un racconto soggettivo: non esiste uno standard verificabile specifico per la Relazione d’Impatto delle SB, neanche in termini di processo, e questo rende impraticabile qualsiasi forma di revisione di parte terza. Lo sviluppo di linee guida più specifiche -almeno in termini di processo- potrebbe rendere verificabile il report e quindi dare maggiori garanzie agli stakeholder.
DALLO STUDIO DI GOODPOINT
Oggi la “verifica” dell’impatto è affidata all’utilizzo di standard di valutazione (come chiede la norma), utilizzati nell’82% delle Relazioni analizzate. Solo una quota di queste (il 23% del totale) è sottoposta a qualche forma di certificazione (es. B Corp).
Solo un terzo del campione fa riferimento a Standard di Reporting per la rendicontazione della Sostenibilità (GRI, SASBI, ESRS), e solo una piccola parte di queste (le più grandi) si sottopone a audit di terza parte.
- La Sfida dell’ascolto: Il coinvolgimento degli stakeholder, che è citato dalla normativa e potrebbe essere un importante elemento di de-soggettivazione del reporting, dovrebbe forse essere più praticato, sia in ottica rendicontativa che in ottica strategica. Potrebbe, anche solo questo, se ben fatto, rappresentare una forma di “verifica di terza parte”.
DALLO STUDIO DI GOODPOINT
Solo il 51% delle relazioni analizzate dallo Studio racconta di una qualche forma di coinvolgimento degli stakeholder e solo il 17% lo fa sia in fase di identificazione delle dimensioni di impatto (a monte), sia in fase di valutazione dell’effettivo impatto generato (a valle).
La maggior parte delle imprese si limita ad una comunicazione “passiva” agli stakeholder: nell’88% dei casi la Relazione d’impatto è semplicemente pubblicata sul sito.
Per scaricare lo Studio completo:
www.goodpoint.it/cosa-facciamo/ricerca-societa-benefit-2025/
